Tutto è iniziato con una promessa: “Ti seguirei fino in capo al mondo”. Quando mia figlia Angelica è partita per il Servizio Civile con l’AUCI a Meru, sapevo che quel distacco non sarebbe stato solo una questione di chilometri. Il 4 dicembre 2025, mossa da un filo invisibile, ho deciso di varcare quel confine anche io. Sono partita con le valigie piene di aiuti e il cuore colmo di trepidazione, per testimoniare con la mia presenza che l’amore non trattiene, ma accompagna.
Arrivare all’Aina Children’s Home, il villaggio dei “Bambini del Meriggio”, significa scontrarsi con una realtà che ti toglie il respiro e, allo stesso tempo, te lo restituisce più pulito. Mi aspettavo il silenzio della povertà; ho trovato il rumore della vita accompagnato dalle risate dei bambini.
Ho visto bambini piccolissimi come Trevor e Christel e poi Aida e altri piccoli che, nonostante sfide fisiche e storie di abbandono o malattia, possiedono una forza che noi in Occidente abbiamo spesso dimenticato. All’Aina non esiste l’obbligo del dono, ma la naturalezza della condivisione: vedere i più piccoli correre ad aiutarmi con i bagagli, senza che nessuno glielo chiedesse, è stata la mia prima lezione africana.
L’Aina permette di cambiare prospettive, e la mia è cambiata negli occhi di Favour. Avevo iniziato il mio percorso di sostegno a distanza con un’altra bambina, Blessing, che fortunatamente durante le feste di Natale ha potuto fare ritorno nella sua famiglia d’origine — il traguardo più alto per ogni progetto di accoglienza. Ma quando ho incrociato lo sguardo di Favour, tutto è diventato chiaro. Lei non ha una famiglia e non fa ritorno a casa. L’Aina è la sua famiglia.
Favour non parla la mia lingua, ha difficoltà motorie e una storia clinica complessa, eppure comunica un’intelligenza pura e una resilienza che disarma. Innamorarmi di lei è stato un istante; decidere di adottarla a distanza è stato l’impegno che ho preso con il futuro. Sostenere l’Aina significa dare a bambini come lei una possibilità concreta di salute, istruzione e, soprattutto, dignità.
In Kenya ho capito che l’istruzione è l’unica chiave per spezzare il cerchio della povertà. Senza scuola non c’è scelta, e senza scelta non esiste libertà. L’impegno dei volontari, dall’Aina e dell’AUCI non è solo assistenza, è costruzione di futuro.
Torno a casa con una consapevolezza nuova: non sono andata lì solo per sostenere mia figlia nel suo anno di servizio. Sono andata per scoprire che il “capo del mondo” non è un luogo geografico, ma il punto esatto in cui tendi la mano a un altro essere umano.
Grazie Aina e grazie Auci, per avermi permesso di essere parte di questo miracolo quotidiano.
Giulia Pitzalis, la mamma di Angelica


